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Figliolo ti dirò una cosa – L. Hughes

buio
Figliolo, ti dirò una cosa:
la vita per me non è stata una scala di cristallo.
Ho avuto chiodi
e schegge,
e tavole sconnesse,
e tratti senza tappeto:
nudi.
Ma sempre
continuavo a salire,
raggiungevo un pianerottolo,
svoltavo un angolo,
e certe volte entravo nel buio
dove non c’era la luce.
Perciò, figliolo, non tornare indietro.
Non fermarti sugli scalini
perchè ti è faticoso andare.
Non cadere, adesso:
perchè io continuo ancora, amore,
ancora mi arrampico,
e la vita per me non è stata una scala di cristallo.

Dedicato all’amore

paesaggio solitario
Non so perchè ho aspettato il buio della notte per andarmene, avrei potuto farlo in qualsiasi momento, ma quando si fugge da se stessi forse non si vuole vedere, così sono uscita da queste mura, che erano diventate soffocanti senza di te! Non ho preso niente con me, nemmeno gli effetti personali: io non so più chi sono, e una carta di identità non serve certo ad identificarmi.
Non è stato facile chiudermi il pesante portone alle spalle, e non posso negarti che ho avuto anche degli attimi di esistazione: dietro di me c’era la sicurezza della quotidianità, seppure grigia, da quando tu non ci sei più, davanti a me c’era l’ignoto, una libertà ritrovata e il desiderio, che mi arde dentro come un fuoco inestinguibile, di ritrovarti! Certo non posso dirti di averti perso perchè basta chiudere gli occhi per rivedere ogni piccolo particolare del tuo volto, e nell’aria resta sempre, seppur impercettibile, quel tuo caratteristico profumo di…non lo so nemmeno definire…perchè è un’essenza, che solo io so riconoscere, anche tra i miasmi dello smog quotidiano che avvelena l’aria!
Sul marciapiede deserto ho esitato: non sapevo nemmeno che direzione prendere, perché non sono ancora riuscita a capire dove sei, e forse raggiungerti resterà un’utopia come tante altre, ma non mi importa! Così ho iniziato ad andare, a tentoni per il buio, con passo deciso ed una volta chiuso il portone, l’ho fatto senza ripensamenti. Ho camminato per ore come in “trance”, mi sentivo tanto leggera e un po’ folle, ma sentivo che ormai il “buon senso” usato per buona parte della vita mi stava stritolando, e il mio respiro diventava sempre più corto, così ho ceduto alla “follia della fuga”. Non so nemmeno dire dove mi trovo esattamente ora, le strade e le case si assomigliano tutte e ancor di più al buio, ma la “luce” che ho dentro, oltre ad illuminarmi mi scalda, così non credo che mi fermerò tanto presto, ed ora che sto camminando senza una precisa meta, anche lo scopo, ritrovarti, si sta placando, perché sei con me, come sempre inafferrabile fisicamente, ma ci sei! Così se ti ritroverò “in carne ed ossa” darò finalmente corpo ai miei pensieri e ai miei desideri, ma se non succederà, avrò però messo le “ali” alla mia anima, che soffriva al chiuso della razionalità, e voleva ancora vivere di poesia e di canti d’amore!

La lampada del maestro

lanterna
Un maestro con il suo discepolo andavano in piena notte, per una strada. Il maestro teneva una lanterna. “Maestro”, chiese il discepolo,” è vero che puoi vedere al buio?” ” Sì è vero”: “Allora perchè porti quella lanterna?” “Per non farmi urtare dagli altri”.
Racconto Zen

i tuoi occhi

il tramonto

Ho negli occhi
l’immensa e intensa luce
del tuo sguardo
eppure è…NOTTE,
ma non per me,
non più per me
che ho sconfitto
quel BUIO per sempre
grazie a quella LUCE,
che tu sola hai saputo
accendere, quando
hai vinto le mie TENEBRE,
semplicemente con uno sguardo:
quello dei tuoi occhi
puri…ed amici!

Questa poesia non è scritta da me, ma è stata dedicata a me